ANGELO PASTORE DIRETTORE
MARCO SCIACCALUGA CONDIRETTORE
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MARCO SCIACCALUGA CONDIRETTORE
Mastro don Gesualdo

Giovanni Verga
Duse
da mercoledì 25 marzo
a domenica 29 marzo
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Cartellone
2014/15
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produzione
Lunaria Teatro
regia
Daniela Ardini
interpreti
Giovanni Costantino
Andrea Benfante
Alberto Carpanini
Arianna Comes
Paolo Drago
Mario Marchi
Anna Nicora
Giselda Castrini
Vittorio Ristagno
Francesca Conte

riduzione
e adattamento

Daniela Ardini
Mario Marchi

scene
Giorgio Panni
Giacomo Rigalza

costumi
Maria Angela Cerruti
tecnico audio-luci
Giorgio Neri
Dopo "Retablo" di Vincenzo Consolo, "Il Gattopardo" di Giuseppe Tomasi di Lampedusa  e "Il giorno della civetta" di Leonardo Sciascia, Lunaria Teatro continua la sua ricerca intorno alla letteratura siciliana e propone l’adattamento teatrale di un classico dell’Ottocento, "Mastro don Gesualdo", firmato da Giovanni Verga (1840-1922), di cui vengono conservati sulla scena i personaggi più importanti con i loro caratteri, le manie, le invidie, i rancori e soprattutto con il loro linguaggio. Quel linguaggio studiato e inventato da Verga nel rispetto della classe di appartenenza, conservandone anche la divertita e divertente ironia con la quale l’autore ne osserva conflitti e passioni.
Motore e centro della vicenda è ovviamente Mastro don Gesualdo: un gran lavoratore, intelligente, fortunato negli affari, che accumula “roba” – cioè denaro, ricchezze, terre con l’ambizione di entrare a far parte del mondo dei nobili. Travolto dal vortice della sua ossessione – “fare denaro per avere più potere e avere potere per fare più denaro” – accetta di sposare donna Bianca Trao, una nobildonna decaduta, povera e senza dote, che a sua volta è costretta a sposarlo perché compromessa dal nobile cugino. Divenuto “Don”, Mastro Gesualdo è condannato a una condizione di penosa solitudine ed esclusione: disprezzato dai nobili, che lo considerano un intruso, e disprezzato anche dagli operai, suoi pari, perché lo considerano un traditore. Ma Mastro don Gesualdo suscita invidia e odio pure all’interno della sua stessa famiglia: il padre e il cognato lo detestano e gli combinano guai finanziari che lui, generosamente, appiana; la moglie non gli perdona l’origine plebea, la figlia Isabella lo odia perché costretta dal padre a sposare il nobile spiantato e spietato Duca di Leyra che ne sperpererà il patrimonio. Quella che Verga racconta è la parabola esistenziale di un’ambizione che vuole andare al di là dei propri limiti sociali. Tutto questo sullo sfondo, analizzato senza giudizi morali e sempre attuale, di una situazione socio-economica pre e post risorgimentale, che sta vivendo il difficile passaggio da una realtà prevalentemente agricola a una società di tipo industriale voluta e sorretta dalla nascente borghesia. Ma il pessimista Verga, infine, ammonisce il lettore (e ora anche lo spettatore), ricordandogli che «il risultato finale del progresso visto nell’insieme e da lontano, appare, nella sua grandiosità, in una luce gloriosa, nascondendo il rovescio negativo e tragico, il carico di sofferenza e miseria che la storia umana porta con sé». Il processo di unificazione nazionale porta, infatti, oltre agli antichi conflitti irrisolti, anche tanti altri che sono ancora oggi – dopo più di 150 anni – di grande attualità: la corruzione, il sopruso, la frode, le tangenti, gli scandali bancari, gli edonistici arricchimenti illegali... DURATA DELLO SPETTACOLO: h.1.40
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